Itinerari di viaggio: la mia Sicilia, cultura e natura tra l’Etna e i Nebrodi

Buongiorno, torno oggi a parlare di viaggi con un itinerario nella mia terra, anzi proprio nelle zone che più mi appartengono, e che ho voluto intitolare “Tra l’Etna e i Nebrodi”: questo per me è una sorta di viaggio del cuore, in cui ho provato a unire i panorami, la cultura e la gastronomia di alcune delle più belle zone della Sicilia orientale. Un viaggio che in appena tre giorni vi consentirà di ripercorrere l’antica strada che unisce i paesi del Golfo di Milazzo, attraversa le aspre vallate tra monti Peloritani e Nebrodi, raggiunge i paesi dell’Etna nord per poi arrampicarsi sui Nebrodi e rituffarsi nel mare del golfo di Patti e di Capo d’Orlando. Un itinerario del cuore perché queste sono le zone dove da bambina mi portavano i miei genitori. E io ve lo propongo così, come l’ho pensato e vissuto. È un itinerario che si percorre tranquillamente e agevolmente in auto e che vi consiglio di fare lentamente, perché contiene diverse sorprese tutte da gustare.

La prima è Novara di Sicilia, ai piedi della spettacolare Rocca Salvatesta, quella che in molti chiamano il “Cervino di Sicilia”. Un caratteristico borgo montano dalle fortissime tradizioni (anche artistiche), dove vale la pena passeggiare nelle piccole vie del centro storico per visitare le antiche chiese e scorgere in lontananza il profilo delle isole Eolie come boe luminose galleggianti sul mare. Non potevo non provare  i dolci tipici come “jiditu d’apòsturu” (il dito dell’apostolo), un dolce che la leggenda vuole sia nato per opera dei devoti di San Tommaso, per ricordare il gesto del santo che mise un dito nel costato di Cristo perché non credeva nella sua resurrezione. Dal sacro al profano: si tratta di un cannolo di pasta frolla ripieno di crema alla ricotta e ricoperto di due tipi di glassa. Provateli alla pasticceria San Nicola, nel centro del paese, dove i dolci si preparano ancora come li facevano le nonne. Altro dolce da provare: i raviolini fritti con il ripieno di ricotta, sublimi. Accompagnateli, come ho fatto io, con un bicchiere di tè freddo mescolato a un cucchiaio di granita di limone, tutto rigorosamente fatto in casa.

Lasciata Novara di Sicilia, riprendete la strada statale 185 in direzione Catania. Passerete attraverso boschi e pareti di roccia finché, dopo aver attraversato il bivio per il paesino di Fondachelli Fantina, all’improvviso, dopo una serie di curve e tornanti vi troverete davanti ‘Iddu’, come lo chiamiamo noi siciliani, il vulcano Etna. Qui la foto è d’obbligo. La vista su questa montagna immensa, che ribolle e fuma continuamente, alta oltre 3.300 metri (non li dimostra perché ha una base molto larga, ma l’Etna è davvero altissimo) e sulla vallata sottostante è da cartolina. Tra agosto e settembre trovate il tempo di raccogliere un po’ di more selvatiche da sgranocchiare durante il viaggio e proseguite, attraversando vallate e greti di fiumi in secca dove sono cresciuti gli alberi, verso Francavilla di Sicilia. Il quartiere medioevale del Paese, dominato dai resti dell’antico castello, merita una visita.

Nei pressi di Francavilla sono imperdibili le gurne dell’Alcantara, piscine naturali scavate nel basalto dal fiume Alcantara, uno dei pochi che in Sicilia scorrono tutto l’anno. Le trovate con facilità anche passando in auto da Francavilla a Castiglione di Sicilia: fermatevi dopo il ponte sul fiume Alcantara nei parcheggi allestiti dal Parco fluviale dell’Alcantara e preparatevi a provare una emozione. In migliaia di anni questo corso d’acqua ha scavato la pietra lavica creando cascate e piscine naturali (sono in tutto 16, alcune raggiungibili attraverso percorsi facili che possono affrontare anche i bambini). In alcuni tratti le gurne arrivano a una profondità di dieci metri. In alcune, prestando molta attenzione, potete fare il bagno, ma dovete sapere che l’acqua è decisamente fredda. Intorno c’è una rigogliosa vegetazione e tantissimi pesci: il panorama è quasi lunare.

Come sapete, l’Etna è terra di grandi vini e di cantine che qui hanno voluto mettere radici. Una di queste è Firriato, azienda che ha nel trapanese il suo quartier generale e che sull’Etna ha recentemente recuperato e ristrutturato un bel casale che all’interno conserva due antichi palmenti: il nome, Cavanera, lascia immaginare il colore di questa terra nera e fertile. A quota 600 metri d’altezza, l’azienda gestita da Salvatore Di Gaetano e da sua moglie Vinzia Novara, signora del vino siciliano, si estende per circa 16 ettari. Il resort, aperto nel maggio 2015, con l’intento di offrire all’ospite una #Firriatoexperience, si rivela tra il verde delle vigne e la cima del vulcano. Da qui è possibile percorrere diversi itinerari in bici o a piedi attraverso l’uva, che ora matura nei filari. Particolarmente suggestivo quello che conduce al vigneto ultracentenario, dove si possono trovare ancora i filari sopravvissuti alla fillossera, una patologia che distrusse quasi tutti i vigneti italiani a fine Ottocento. La colazione guardando l’Etna, a base di frutta e dolci artigianali, sarà uno dei momenti della soggiorno che ricorderete. Sempre tra i vigneti si svolgono le degustazioni delle cinque etichette biologiche, a marchio Cavanera, tra cui uno spumante metodo classico, due bianchi e due rossi (come il buon Rovo delle Coturnie). A breve verrà costruita all’interno dei resort una piscina, mentre già ora è disponibile – per i più volenterosi – una bella zona fitness attrezzata proprio in mezzo al vigneto, costruita in legno e pareti di vetro trasparente: insomma, se vi piace allenarvi, potrete provare il rarissimo piacere di correre su un tapis roulant guardando i grappoli d’uva e l’Etna.

C’è un paese sull’Etna che rappresenta uno dei simboli della cultura del territorio. E che, con i suoi colori austeri, scuri, basaltici, sembra ammonire ed incantare il visitatore. Questo paese, a differenza di altri, pur essendo molto vicino ai crateri del vulcano non è mai stato toccato da una colata di lava. E’ Randazzo, dove vi suggerisco di fare una sosta di alcune ore: visitate innanzitutto le sue due chiese principali, quella di San Nicola con la vicina via degli Archi (una delle strade meglio conservate dove troverete in un piccolo vicolo meravigliose arcate in stile gotico) e Palazzo Clarentano, poi la Basilica di Santa Maria Assunta con il suo particolare campanile. Non perdetevi, infine, le case storiche nelle vie più centrali e il palazzo comunale. E fate una sosta per uno strepitoso cannolo siciliano (ovviamente riempito sul momento) o una fresca granita di anguria o fico d’India nella pasticceria Musumeci, proprio di fronte alla Basilica.

Castiglione di Sicilia (l’antica Castrileonis dell’anno mille) è un luogo di grandi panorami e di vedute spettacolari sull’Etna e sulla intera valle dell’Alcantara, grazie alla sua altitudine che supera i 600 metri sul livello del mare. Godetevi a passo lento, anche in auto vista la ripidità delle viuzze che si inerpicano sulla collina, la strada che porta al Castello di Lauria, di origine normanna (dodicesimo secolo): passerete davanti a chiese seicentesche come la Confraternita della misericordia, in piazza Sant’Antonio, cuore dell’antico quartiere denominato dei Cameni, ci sono bellissimi palazzi barocchi mentre di fronte a voi si aprono scorci da cartolina sulla valle sottostante e sull’Etna. A qualche chilometro dal centro storico, in direzione di Randazzo e Moio Alcantara, non perdetevi una sosta breve alla Cuba di Santa Domenica: situata in aperta campagna, è un esempio di chiesa bizantina in Sicilia, risalente al sesto secolo.

Shalai Resort: a Linguaglossa, la porta dell’Etna, c’è un hotel molto particolare ricavato in un palazzo dell’Ottocento ristrutturato. Nel dialetto siciliano, Shalai vuol dire “mi sento soddisfatto”, ed è proprio questo lo scopo di Leonardo e Luciano, che insieme gestiscono con passione la struttura. Soddisfare completamente il cliente è il loro obiettivo. Nell’hotel sono in equilibrio l’arredamento minimale e l’opulenza delle decorazioni ottocentesche. Appena 13 le stanze, un centro welness, un ristorante di cucina siciliana ma rivisitata. Alla famiglia Pennisi, che gestisce l’hotel, appartengono anche una macelleria di qualità (dove potete trovare la mitica “salsiccia al ceppo”) e un bar pasticceria, da cui vi consiglio di passare per comprare come souvenir gastronomico le paste di nocciola, mandorle e pistacchio, gustando una granita ai gelsi, raccolti in stagione ogni mattina nei campi attorno al paese. Per gli amanti delle escursioni, da Linguaglossa si può partire per raggiungere i vari rifugi in quota e il famoso Piano provenzana (a 1.800 metri di altitudine sul livello del mare). Sulla strada vi suggerisco una sosta al Rifugio Ragabo, dove è d’obbligo provare i maccheroni e le grigliate di carne.

Nel mio peregrinare per prodotti tipici, mi sono voluta dedicare alle delizie della terra. A cominciare dalle pesche dell’Etna: quando in Sicilia si parla di pesche si parla inevitabilmente delle pesche che vengono coltivate nelle fertili colline di Mojo Alcantara, dove decine di aziende curano i pescheti e vendono questi frutti prelibati sul posto (una cassetta con una ventina di pesche costa circa cinque euro). Ho voluto spingermi oltre Mojo, fino al confine con il comune di Roccella Valdemone, un paese un po’ più panoramico. E ho scelto di visitare l’azienda Lo Iacono, in contrada Bonvassallo, dove  Giovanni (oltre 80 anni ma non li dimostra davvero) ogni giorno apre la porta di casa e si trova davanti la vista del vulcano circondato da alberi da frutto. In questa azienda, di più di dieci ettari, si trova un po’ di tutto: pesche di Mojo, “pere cosce” dell’Etna, fichi, cavolfiori. Tutto coltivato con passione e umiltà in un lavoro quotidiano duro e faticoso, con la consapevolezza che per gli agricoltori la vita è sempre più difficile.

Dove mangiare sull'Etna

Dove mangiare sull’Etna

DOVE MANGIARE: Sull’Etna si mangia bene un po’ dappertutto. La cucina è tradizionale, fatta con prodotti del territorio. Immancabili gli antipasti, che in genere sono vari e abbondanti, e la classica grigliata di carne con il capretto o l’agnello, il maialino dei Nebrodi e gli involtini siciliani. I ristoranti che vi consiglio sono quelli che conosco da sempre, quelli in cui vado sempre a mangiare perché so che fanno una onesta cucina etnea. Quasi tutti sono situati in zona Randazzo: in città trovate il ristorante San Giorgio e il Drago, mentre lungo le panoramiche strade di accesso all’Etna ci sono Parco Statella e Etna Quota Mille. Questi ultimi due sono in realtà agriturismi molto strutturati, con belle camere in cui potete anche soggiornare: prendete l’antipasto completo (salumi, formaggi, caponata, peperonata, cous cous, parmigiana, olive, sottoli e sottaceto, frittelle di pane e di verdure e molto altro) e poi decidete se optare per i maccheroni al ragù di maialino dei Nebrodi o per una grigliata o un arrosto. Se volete provare invece una cucina lievemente rivisitata e creativa, ma sempre con prodotti siciliani di assoluta eccellenza, allora provate il ristorante di Shalai Resortvi consiglio la tempura di Piacentinu ennese con salsa all’arancia e il risotto con brodetto di pesci di scoglio e tartare di gamberi rosa. Infine, sulla strada panoramica che da Montalbano porta a Floresta, fermatevi per il pranzo in un ristorante rustico ma di ‘sostanza’: Don Santo. Anche qui vi consiglio gli antipasti misti, per gustare la provola del Casale, la ricotta, i sottoli fatti artigianalmente e un’ottima grigliata mista di carne.

Infine, sulla strada del ritorno, passando tra uliveti e noccioleti, mi sono fermata a Montalbano Elicona. Per tre ottimi motivi: il pane di Montalbano, la provola di Montalbano Elicona e la visita al paese nominato borgo più bello d’Italia nel 2015. Siamo andati alla Fattoria Grattazzo dove si può pranzare e degustare dell’ottima provola fatta, come tradizione, usando gli antichi attrezzi del casaro. La provola sfoglia (che si produce principalmente a Montalbano, Basicò e Floresta, tutti paesi del comprensorio dei Nebrodi), si ottiene con il latte vaccino crudo nei mesi tra marzo e ottobre (meglio se prodotta a giugno): il procedimento è lungo e complesso: la cagliata, ottenuta dal latte e dal caglio animale, viene rotta con l’aggiunta di acqua calda, lavorata a mano, mescolata al siero della ricotta e messa a spurgare. La tuma, così ottenuta, viene miscelata al siero della ricotta, avvolta in teli di cotone e lasciata maturare, anche per 24 ore. A questo punto si procede alla filatura: la tuma è tagliata a fette sottili, lavorata in tini di legno con il siero caldo della ricotta e, grazie alle mani sapienti del casaro, prende la classica forma a pera. Le stagionature durano da circa dieci giorni per il prodotto fresco, fino a oltre 15 mesi per le grandi stagionature. Il gusto può essere dolce fino al lievemente piccante.

A fine tour mi sono concessa un passo nella modernità e ho fatto visita a un birrificio giovane ed emergente della provincia di Messina. Si chiama Birrificio Epica, si trova a Sinagra, ed è gestito da tre giovani locali (Elio, Carmelo e Piero) con la passione per l’arte della birra e per il buon cibo. Mi piace condividere con loro un assaggio delle ultime etichette prodotte. La filosofia che li ispira è una sola: in una terra come la Sicilia, particolarmente vocata alla produzione dei vini, c’è posto anche per prodotti come la birra. Che altro dire? Dopo la sosta a Sinagra si torna a Messina, ad ammirare un’altra bellezza: lo stretto di Sicilia. Ma questa è un’altra storia.

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