Itinerari di viaggio: Città di Castello, tra Burri e tartufi

Terra di confine, al crocevia di quattro regioni, Città di Castello ha davvero un qualcosa di diverso e particolare. La cittadina umbra, che si trova ad una manciata di chilometri da Toscana, Marche ed Emilia Romagna, è racchiusa nell’Alta valle del Tevere, di cui è il centro principale, fulcro di un territorio che racchiude otto comuni ricchi di storia, arte e cultura. Città di Castello, una chiara pianta medievale, costellata da edifici rinascimentali e tanto verde intorno, è salita alla ribalta per avere dato i natali a una delle più belle attrici italiane degli ultimi anni, Monica Bellucci (e in città si dice che la madre da giovane fosse ancora più bella della già splendida figlia), ma dal punto di vista artistico non si può non ricordare che a questa terra appartiene uno dei più grandi esponenti dell’arte contemporanea, Alberto Burri, di cui Città di Castello ospita l’intera collezione. Vi dico subito che vorrei essere più breve nel raccontarvi questo itinerario, ma quando le cose da raccontare o consigliare sono tante, è difficile…

COSA VISITARE: Dopo avere fatto una passeggiata ‘vagando’ per il corso e i vicoli, giusto per rendervi conto dell’impianto viario della città, vi consiglio di non perdere alcuni monumenti, primo tra tutti Palazzo Vitelli a Sant’Egidio, in pieno centro. Una residenza che ospitò dalla metà del XVI secolo Paolo II Vitelli, discendente di Niccolò Vitelli, alleato di Lorenzo de Medici nella seconda metà del Quattrocento. Alla famiglia Vitelli, Città di Castello deve il suo aspetto rinascimentale. Durante il periodo di dominio di questa famiglia, su tutto il territorio furono eretti palazzi, chiese e ville, realizzate opere d’arte che sono visitabili in questo palazzo, e non solo, e che ancora oggi testimoniano l’importanza di questo casato. Il palazzo, spesso sede di mostre, è splendidamente affrescato. Non mancate di scattare una fotografia anche al bizzarro campanile cilindrico del Duomo, eretto tra XI e XII secolo,  testimone unico delle origini romaniche della Cattedrale. Da visitare anche la Cattedrale dedicata ai santi Florido e Amanzio, con vari rimaneggiamenti, e la chiesa di San Francesco sul cui altare dedicato a San Giuseppe troneggiava lo Sposalizio della Vergine (oggi sostituito da una copia), dipinto da Raffaello nel 1504, e conservato nella pinacoteca di Brera a Milano.

Il vero tesoro di Città di Castello, almeno per gli appassionati d’arte, è però Palazzo Albizzini, dimora quattrocentesca che ospita la collezione di opere d’arte di uno dei massimi esponenti contemporanei, Alberto Burri. La collezione è gestita dalla Fondazione Burri, istituita nel 1978 per volontà del pittore, ed è racchiusa in due edifici. Il primo è Palazzo Albizzini, dove l’esposizione attraversa in centotrenta opere, datate dal 1948 al 1989 e custodite in venti sale, tutta l’opera del maestro: dai primi Catrami alle Muffe, passando per i Sacchi, le Plastiche, i Legni, i Ferri, i Cellotex e i Cretti. La collezione prosegue poi, seguendo l’evoluzione storica dell’artista, con i cicli pittorici di grandissima dimensione elaborati a partire dalla fine degli anni Settanta, che sono ospitati negli Ex Seccatoi del tabacco, uno spazio immenso, 30 mila metri quadrati in cui sono esposte 128 opere, che acquistò lo stesso Burri per farne il proprio atelier, restaurandolo in maniera minimale e conservativa in modo che esso stesso fosse espressione del proprio stile di vita, schivo, solitario e riservato.

Due specialità del territorio sono rappresentate dalla tradizione della lavorazione del telaio e la canoa. La prima è rappresentata dal museo del tessuto Tela Umbra, che ancora oggi confeziona artigianalmente manufatti utilizzando lino puro, lavorato su telai manuali di fine ‘800, utilizzando disegni originali di epoca medioevale e rinascimentale. Le tele che escono dalle mani sapienti delle lavoratrici sono splendide, ma ancor più splendida è la storia dietro questo laboratorio, legata alla figura di una giovane donna lungimirante e di grande cuore, Alice Hallgarten, moglie del barone e senatore del regno Leopoldo Franchetti. La donna, di origine americana ma innamorata dell’Italia e che morì di tisi a soli 37 anni, cercò con idee e strumenti di grande innovazione per l’epoca di insegnare un lavoro e dare un futuro alle donne del luogo. Identificò nel telaio e nell’arte tessile una possibile via di affrancamento dalla povertà. Parallelamente, creò nella propria abitazione, Villa Montesca, due scuole rurali dedicate ai figli dei contadini dell’Alta Val Tiberina, sperimentando metodi didattici mai sperimentati in Italia. La sua vita si intreccia a quella di Maria Montessori in modi imprevedibili e vi consiglio vivamente di leggere le pagine a lei dedicate nel sito di Tela Umbra: vi appassionerete ad Alice come ho fatto io.

La seconda particolarità di Città di Castello è legata alla presenza del Tevere e a un grande sport: la canoa. Sul fiume c’è il Canoa Club Città di CastelloOra, vi confesso che, nonostante abbiano insistito per farmi provare l’ebbrezza di un giro in canoa, io ho desistito (e anche desistendo mi sono ugualmente scottata il naso!), ma se siete appassionati del genere o semplicemente volete godervi una gita diversa sul Tevere, vi suggerisco di prenotare una lezione con gli istruttori (bravissimi, molti dei quali campioni nazionali o addirittura mondiali)  e provare a pagaiare ammirando la natura del luogo.

IL TARTUFO: Il Comune di Città di Castello (che mi ha invitata a un tour di tre giorni per conoscere meglio la città) sta lavorando con certosina pazienza a una attività di promozione del territorio e delle sue caratteristiche, a partire dalla promozione del tartufo. Se doveste visitare Città di Castello, non dimenticate quindi di fare una degustazione di tartufo e dei suoi derivati (ogni stagione ha il suo, e per ora il re è il tartufo estivo, chiamato anche “scorzone”, ma qui ci sono anche il tartufo bianco pregiato e il bianchetto). Città di Castello è uno dei centri italiani per la raccolta di questo tubero così ricercato: nel prima fine settimana di novembre qui si tiene la Mostra del tartufo bianco e dei prodotti agroalimentari, mentre il vicino centro di Pietralunga ospita a fine luglio la sagra dello scorzone, che è profumato, delicato e anche economicamente abbordabile (intorno ai 150 euro al chilo). Ovviamente il consiglio è di portarvene anche un po’ a casa, come ho fatto io, tant’è che presto vedrete svariate ricette sul blog a base tartufo.

Per acquistare un buon tartufo vi suggerisco due indirizzi: il nuovo store di Penna Tartufi, azienda gestita dai simpatici Marco e Roberta, che si è specializzata nel commercio di tartufo, funghi e anche produzioni enogastronomiche di alta qualità. Nel suo negozio, oltre al prodotto fresco, vi consiglio di provare il burro al tartufo e una delicata crema di cioccolata al tartufo. L’altro indirizzo è l’Azienda Tartufi Bianconi, dove sarete accolti come se foste in famiglia. Oltre alla ‘cerca del tartufo’, che potrete fare nei boschi in compagnia del patron Saverio Bianconi, non perdete la visita al museo del tartufo all’interno dell’azienda, con una panoramica della storia di questo tubero, la degustazione dei prodotti, le lezioni di cucina e i vini in abbinamento.

IL VINO: Città di Castello non è nota per la produzione di vino, ma ho trovato alcune piccole aziende vitivinicole che producono bottiglie che vale la pena provare, tutte a prezzi decisamente accessibili: La Palerna (provate il Rosso Valdimonte e il Cospaia), Cantina Bianchini e Vini Donini (buono il Grechetto). Tra le chicche che ho potuto assaggiare: le lumache di Cosimo e Cosino, un’azienda agricola che le propone al forno, ripiene e negli spiedini ai sapori di peperoncino; i salumi e le carni della Macelleria Giulietti, che con orgoglio porta avanti la produzione del “mazzafegato”, un salume che è presidio Slow food, prodotto utilizzando il cosiddetto “quinto quarto” del maiale, ovvero con una parte delle sue interiora, compreso il cuore.

IL CIBO: Una piccola panoramica della gastronomia locale si ha alla Festa della Mattonata, che si celebra in uno dei rioni più antichi della città. Ci sono danze, mangiafuoco, musica, canti e lunghe tavolate con i piatti più tipici del luogo, a cominciare dalla “ciaccia”, una focaccia ripiena con salsicce arrosto e cipolle caramellate, o con salumi o con formaggi, in pieno stile street food. Ne esiste anche una variante fritta, fatta con semplice farina, acqua, lievito e sale. E c’è una sagra che celebra la ciaccia ogni primo fine settimana di ottobre a Citerna, piccolo borgo medioevale che vi consiglio di visitare a chi viene da queste parti. Tra i piatti tipici, da provare anche in alcune delle trattorie del luogo come la Trattoria da Leafagioli in bianco, salumi della tradizione umbra, tagliatelle al ragù rosso d’oca e pecorino, fettuccine al tartufo, crostini con il patè di fegatini, baccalà al sugo di pomodoro. Pochi, poveri e semplici i dolci tipici, tra cui i classici cantucci, che a Città di Castello vengono accompagnati da un vin santo dell’alta Valle del Tevere, presidio Slow food,  che qui ha una particolarità: è affumicato. In realtà, non dovete pensare a un vino dolce che sa di fumo, ma che ne conserva alcuni sentori, perché chi ancora lo produce secondo tradizione lascia le uve ad appassire appese al soffitto delle cucine, dove nei mesi invernali viene acceso il fuoco nei camini. Il fumo che si disperde dalle braci dà a queste uve un sapore lievemente fumé. Per un aperitivo a base di bollicine, con un’ottima selezione di salumi, formaggi e bruschette l’indirizzo giusto, alla moda ma sempre verace, è Syrah, locale in cui si può anche cenare e che vanta una fornitissima enoteca.

DOVE DORMIRE: Ho soggiornato nel country house Felicita Paterna, che si trova su una collina a circa otto chilometri dal centro di Città di Castello: con i suoi quattro borghi panoramici risalenti al 1200, alcuni dei quali sono stati ristrutturati per offrire ospitalità, l’azienda accoglie gli ospiti in cinque diverse strutture. Si tratta di una azienda che è anche faunistico-venatoria, con 450 ettari a coltivazione biologica, nei quali si possono trovare boschi, campi di orzo, erba medica, tabacco. Forse non tutti sanno (e io non lo sapevo) che tra la fine degli anni ’50 e la metà degli anni ’60 del Novecento Città di Castello e l’Alta Valle Tiberina divennero un centro fondamentale l’essiccazione del tabacco tropicale, punteggiata da essiccatoi ormai quasi del tutto in disuso. Questo tipo di coltivazione in seguito andò diminuendo e oggi è limitata alla produzione del tabacco della varietà “bright”.  All’interno della tenuta è facile incontrare fagiani, volpi, daini, cinghiali e quaglie che nidificano in quest’area. Infine, un ristorante sempre aperto propone piatti del territorio e colazioni con dolci fatti artigianalmente. Se volete invece alloggiare in centro, vi consiglio l’Antica Canonica, una residenza d’epoca un tempo adibita a ospitare i canonici, situata in un palazzo del Quattrocento che si trova a pochi metri dall’ingresso principale del Duomo.

 

 

 

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