• Recensioni: l’eredità dei “Parisio” nella cucina di Nicolò Conigliaro

    Passeggiando per le vie dall’impianto medievale di Acqui Terme, in pieno centro storico, a pochi passi dal Duomo e dalla ‘Bollente’, la fonte di acqua termale che scorre fumando a quasi 75 gradi (frenate lo slancio nel toccarla perché vi potreste ustionare), è possibile trovarsi di fronte a un palazzo del Settecento, Casa della Porta, di color giallo, con due piccole porte circondate che danno su una via stretta lastricata: non proseguite senza guardare perché, soprattutto se siete vicini all’ora di pranzo o di cena, avete trovato un ristorante dove vale davvero la pena fermarsi. E’ il Nuovo Parisio, nome misterioso all’apparenza, ma che in realtà vuole solo stabilire distanza e vicinanza, al contempo, con la tradizione culinaria portata avanti dalla storica famiglia di cuochi dei Parisio, fin dal 1933. Ai fornelli, in questo locale aperto dal 2012, c’è il giovane Nicolò Conigliaro, nipote di Piero Parisio, che ha deciso di sposare la più pura tradizione culinaria piemontese, abbinandola a un ambiente di grande pregio: due le sale (, separate e non comunicanti, la prima la piano terra, con un bel soffitto a volta in mattoni e la cantina a vista, la seconda al primo piano, con un meraviglioso soffitto ligneo e altissime porte dipinte del Quattordicesimo secolo. Ad affiancare Niccolò c’è una sommelier proveniente dall’Estremo Oriente, Keiko Yamada, che gestisce con cura una carta dei vini molto bene assortita, con tante referenze del Piemonte (anche il raro Timorasso) e diverse proposte dalla Francia.
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    19 marzo 2017 • recensioni • Views: 539

  • Crème caramel al mandarino

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    Lo so, potrei sembrare monotematica o quanto meno ossessionata dai mandarini. Prima la crème brulée, poi il gelo, poi il semifreddo e adesso la crème caramel al mandarino. Che posso dire? Sto riscoprendo il gusto di questo frutto che, fino a poco tempo fa, trovavo troppo agro per i miei gusti. Ma i gusti, si sa, cambiano, e oggi questa asprezza, in contrasto con la dolcezza dello zucchero, mi attrae. E quindi vi lascio la ricetta, facilissima e a prova di principiante, di queste crème caramel al mandarino, che però potete preparare e aromatizzare anche con arancia, limone o persino pompelmo a secondo del vostro gusto. Infine, se non vi piacciono gli agrumi, potete usare questa ricetta semplicemente come base per preparare una créme caramel alla vaniglia. Vi consiglio di prepararla con un giorno di anticipo, perché diventa più buona con il passare delle ore. Si conserva bene in frigorifero per 3-4 giorni e ha un profumo e una consistenza meravigliosa. Buon fine settimana!
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  • Crema di zucca, carote e curcuma con funghi pioppini

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    Crema di zucca, curcuma e carote con funghi pioppini: temo che la ricetta di oggi chiuda la stagione della zucca su questo sito, perché ormai siamo in primavera. E, a dirla tutta, quando l’ho preparata era fine febbraio. Però questa zuppa è così buona che voglio comunque proporvela, sperando che magari troviate ancora un pezzetto di zucca per provarla. Ho tratto ispirazione da una crema servitami in un ristorante a Roma, Bucavino, e ho aggiunto la curcuma, il Trentingrana Dop stagionato 24 mesi del Caseificio Primiero e i semi di zucca tostati per dare al piatto più carattere. Io la trovo deliziosa: la crema è dolce, i funghi pioppini carnosi e con il lieve retrogusto di bosco tipico dei funghi, i crostini danno una nota croccante. E poi, nonostante la zucca sia un ortaggio invernale, ha un colore così allegro che mi fa sorridere… Tra l’altro, è un piatto vegetariano e, se evitate il pecorino, anche vegano, leggero e gustoso. Vi ricordo anche che la curcuma fa bene e dovremmo usarla il più spesso possibile, non solo per il bel colore giallo vivo ma anche perché ha proprietà anti ossidanti, anti tumorali e anti infiammatorie. Che aspettate? Correte a cercare un po’ di zucca!!!
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    15 marzo 2017 • Piatti unici, Piatti vegetariani, Primi piatti, Zuppe e creme • Views: 281

  • Recensioni: I Caffi, eleganza e tradizione nel centro di Acqui Terme

    Cucina creativa, piatti complessi, porzioni ‘minimal’, guarnite coreograficamente e tecniche innovative: è quello che la maggior parte delle persone si attende quando va a cena in un ristorante premiato con una stella Michelin. Ma non sempre è così. Si può, invece, fare una cucina tradizionale utilizzando ingredienti di eccellenza, presentata con eleganza, in porzioni più abbondanti, senza esibire tecniche moderniste ma con una salda consapevolezza dell’equilibrio degli abbinamenti e avere una meritata stella Michelin. Lo dimostra il ristorante I Caffi di Acqui Terme, che della tradizione piemontese ha fatto una bandiera, a partire dal luogo: il locale è ospitato nel Vecchio Palazzo Comunale di Acqui, risalente al 1500, e la sala – arredata volutamente in modo minimalista – ha sul soffitto un meraviglioso affresco dell’epoca. L’amore per la memoria, però, si sposa alla capacità di cogliere le novità e le attese del pubblico, e il ristorante offre non solo il pranzo o la cena ‘stellati’, ma anche una brasserie (con ampia proposta di carni alla brace), per una cena più informale con la possibilità di fare aperitivi o anche, semplicemente, piccoli spuntini con prodotti di eccellenza, da accompagnare a un bicchiere di vino.

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    14 marzo 2017 • recensioni • Views: 188

  • La robiola di Roccaverano Dop, eccellenza caprina tra le colline Unesco

    Morbida, dal gusto leggermente acidulo, con note di yogurt ed erba tagliata quando è appena fatta e, via via, più sapida e tendente alla nocciola quando trascorre qualche giorno, persino piccante se la stagionatura diventa prolungata. E’ la Robiola di Roccaverano Dop, un formaggio piemontese straordinario nella sua semplicità, che sta diventando sempre più richiesto dai grandi chef e dai consumatori. Avevo già deciso che nei miei quattro giorni in Piemonte, nelle colline del Monferrato Astigiano e Alessandrino che sono diventate patrimonio Unesco, avrei assolutamente assistito alla produzione di questo formaggio. Grazie alla collaborazione di un giovane produttore, Matteo Marconi, e del Consorzio di tutela del Brachetto d’Acqui, sono riuscita non solo vedere da vicino il ciclo produttivo, ma anche a girare un video delle diverse fasi, partendo dalle origini: gli allevamenti delle capre. Le prime tracce di questa robiola sono riportate in un manoscritto ecclesiastico del 1899, che riporta la storia della parrocchia di Roccaverano dal 960 al 1860: qui si parla della robiola, che veniva venduta nelle fiere locali e considerata un prodotto “eccellente” e già esportato nella ricca Francia.
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    11 marzo 2017 • recensioni • Views: 184