Noto, Scicli e Modica, itinerario nel cuore del triangolo barocco siciliano

Oggi vi racconto un fine settimana breve ma intenso trascorso in uno dei più bei angoli di Sicilia, quello che io chiamo il triangolo del barocco: il Vallo di Noto o Val di Noto. Per la precisione, ho visitato i tre comuni di Noto, Modica e Scicli, che dal 2002 fanno parte del Patrimonio Unesco, assieme ad altre cinque città siciliane: Catania, Militello Val di Catania, Palazzolo Acreide, Caltagirone. Siamo nel cuore del tardo barocco siciliano, uno stile legato al disastroso terremoto del 1693 che colpì tutta la Sicilia sud orientale, radendo al suolo molti paesi. La loro ricostruzione fu operata seguendo uno stile comune e utilizzando materiali comuni come la pietra calcarea, che è appunto il barocco siciliano. E la Val di Noto rinacque come l’araba fenice, dalle proprie ceneri, giocando con le forme, erigendo palazzi e chiese, ricamando balconi e solai, acquerellando volti e fiori su pareti e portoni, creando uno stile originale che in queste zone si può ammirare ormai da oltre 300 anni. E, se vogliamo, possiamo dire che da una catastrofe naturale è nata la loro fortuna. In questo post vi suggerisco un itinerario da 3 giorni appena, al termine del quale sono certa che vorrete restare, per andare a visitare gli altri centri barocchi patrimonio Unesco.

NOTO: A Noto, d’inverno, se soffia il vento di maestrale, il cielo è solitamente terso e dopo le 14 si gode il miglior panorama sulla città. Perché la luce del sole illumina le facciate di tutti i palazzi più belli e delle chiese facendole brillare come oro fuso. Così ho trovato questa città in una giornata di gennaio. Noto, detta ‘il giardino di pietra’, la capitale del barocco siciliano, risplende di luce. Per visitarla, partite dalla Porta Ferdinandea e percorrete il corso principale almeno due volte per intero, guardando prima a destra e poi a sinistra e facendo piccole incursioni lungo le vie laterali. Non vi stancherete mai di ammirare nel dettaglio quanto particolare sia qui lo stile barocco, fatto di pietre dai toni giallo ocra che sembrano ricamate, dai balconi dei palazzi nobiliari fino alle cime dei campanili. E’ una città che va venire il mal di testa, perché dovrete sempre tenere alto lo sguardo, sopra di voi, per non perdere le sirene, i tritoni, i volti di donne, uomini, animali e i motivi floreali e geometrici che decorano ogni balcone.

Salite sul tetto della chiesa di San Carlo, attraverso una strettissima scala a chiocciola in pietra (dovrete reggervi a una corda): il panorami sui tetti vale la fatica. Passate in via Nicolaci, dove troverete l’omonimo palazzo e i suoi balconi meravigliosi e dove a maggio si svolge l’Infiorata di Noto, che trasforma il giardino di pietra in un giardino in fiore da ammirare con uno sguardo bambino. Non mancate di fare una sosta per una granita di mandorle tostate al bar Sicilia di Corrado Assenza, dove troverete anche il bianco mangiare, sia nella versione fresca sia in quella con mandorle tostate, il pane degli Iblei, le brioche del luogo ricoperte di zucchero, le cassatine, i cannoli. E, se vi piace il salato, fate un salto alla Rosticceria Palermitana che si trova accanto alla chiesa di San Domenico: il pane e panelle è buono come a Palermo, e ci sono anche le fettine alla palermitana, le arancine, le scacce, il pane con la meusa.

SCICLI – Quando nel 2003 ho visitato Scicli, ho trovato una città bella ma decadente, poco curata, custode di una bellezza nascosta che aspettava di tornare alla luce. Dopo tredici anni, i cambiamenti sono stati evidenti. In meglio. E questo comune di 27 mila abitanti, immerso in un territorio caratterizzato da rocce carsiche e disseminato di cave, ora dimostra di aver capito qual è la strada per lo sviluppo. Il marchio turistico Marebarocco ricorda che Scicli è a pochi passi dal mare, con circa 15 chilometri di spiagge sabbiose e mare turchese nelle frazioni di Donnalucata, Sampieri, Cava d’Aliga. La sua vocazione turistica è ora più chiara e meglio sfruttata. La sua storia e la sua posizione strategica a pochi passi dalle coste, del resto, ne fecero centro nevralgico per tutte le popolazioni che la abitarono: città decumana sotto i Romani, conquistata dagli arabi nel XII secolo, città aragonese dotata di un castello sulla Collina di San Matteo (Castello dei , appartenente alla contea di Modica tra il XIII e il XVI secolo, prima del terremoto del 1693 che la distrusse quasi del tutto. La ricostruzione barocca la rimise in piedi. Tra le chiese da non perdere quella della Madonna delle Milizie, di San Bartolomeo, di San Matteo, di San Giovanni Evangelista. Tra i palazzi: il Palazzo Spadaro, Palazzo Fava, Palazzo Penna, Palazzo Beneventano. Non dimenticate Villa Penna e il convento dei Cappuccini e la bellissima Piazza Busacca.

Oggi, la via Francesco Mormino Penna con il suo alternarsi di eleganti palazzi settecenteschi è solo uno dei motivi per visitiare il centro storico di Scicli e, al contempo, è una delle ragioni che hanno consentito a Scicli di entrare nel Patrimonio Unesco. Ma se volete scoprire un’altra faccia di Scicli, diversa da quella nobile, luminosa e barocca, vale la pena spostarsi in periferia, verso la chiesa di San Bartolomeo e percorrere tutta la via Guadagna, nel cuore del quartiere di Chiafura. Chi conosce e ha visitato Matera potrà ritrovare le case grotta, che qui rimasero abitate fino agli inizi degli Anni Sessanta dalle famiglie più povere. Carlo Levi, che denunciò con i suoi libri la vergogna di Matera, visitò anche gli abitanti delle grotte di Scicli. Fate quindi una puntata al Parco archeologico delle Grotte di Chiafura, che ancora purtroppo è in attesa di una sistemazione definitiva, sia dal punto di vista della messa in sicurezza sia della visitabilità delle grotte.

MODICA – Città natale del poeta Salvatore Quasimodo, Modica è un museo all’aperto: cuore pulsante del triangolo barocco, punto di partenza per chiunque voglia conoscere a fondo la Sicilia sud orientale. Con oltre 55 mila abitanti, questa città è divisa in tre grandi rioni: Modica Alta, Modica Bassa e Modica Sorda (la più recente). Per visitarla sono partita dal centrale Corso Umberto I, grande viale che ricalca il letto di due fiumi (Pozzo dei pruni e Ianni Mauro) che furono interrati dopo diverse alluvioni, che fino ai primi del Novecento provocarono molte vittime in città. Costellato di bellissimi palazzi e chiese, tra cui la chiesa di San Pietro (nella lista Unesco), il Corso Umberto ci dà l’idea di quanto importante fosse questo luogo, che divenne contea in epoca Normanna (XI secolo), poi sotto gli Angioini e, soprattutto, durante i settecento anni della dominazione Aragonese divenne un potentissimo centro feudale. Inoltratevi nel suo quartiere storico, ai piedi della rocca a pochi passi dal Palazzo e dalla chiesa di Sant’Anna. Qui i vicoli si fanno stretti, regna il silenzio, rotto dal vociare degli abitanti. Percorrendo la salita, il panorama si apre e spazia verso il Castello dei Conti di Modica e sulla torretta dell’Orologio, le sedi del potere politico e amministrativo. Non perdetevi la Chiesa del Carmine, una delle poche costruzioni che, con il suo convento, hanno resistito alla forza del terremoto del 1693. Ma anche il Palazzo De Leva, il Palazzo degli Studi, il Palazzo Grimaldi, in stile neorinascimentale.

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Modica Alta è una bella sorpresa per chi approda in questo centro. Rispetto alla Modica Bassa è meno affollata, più riservata, con tanti angoli da scoprire. Per arrivarci potete percorrere gli oltre 160 gradini che portano alla Chiesa di San Giorgio, con il suo adiacente e bellissimo giardino pensile, l’Orto del Piombo. Dopo aver scattato qualche fotografia da queste terrazze sulla città, spostatevi alla chiesa di Santa Teresa. Se volete respirare l’atmosfera medioevale spostatevi ancora più su verso la Chiesa di Santa Maria del Gesù e visitate il suo convento, restaurato da qualche anno. Nella città alta, è d’obbligo anche una visita e delle belle foto nella scalinata della chiesa di San Giovanni Evangelista, che domina la città nella parte superiore.

Street food siciliano

Street food siciliano

COSA MANGIARE: La Sicilia, tanto ricca di diversità gastronomica e agricola, anche in questa zona offre prodotti agroalimentari peculiari e particolari, a partire dalla mandorla, che nella piana di Noto (ad Avola) trova un clima eccellente: la granita di mandorle di Avola merita un assaggio, sia nella versione fresca sia tostata, e così pure tutti i dolci tipici a base di mandorle. La Sicilia, tanto ricca di diversità gastronomica e agricola, anche in questa zona offre prodotti agroalimentari peculiari e particolari, a partire dalla mandorla, che nella piana di Noto (ad Avola) trova un clima eccellente: la granita di mandorle di Avola merita un assaggio, sia nella versione fresca sia tostata, e così pure tutti i dolci tipici a base di mandorle. Due i ristoranti che vi consiglio assolutamente di non perdere, il primo a Scicli, il secondo a Modica. Due i ristoranti che vi consiglio assolutamente di non perdere, il primo a Scicli, il secondo a Modica.

Ristorante Satra, a Scicli

Ristorante Satra, a Scicli

DOVE MANGIARE: A Scicli c’è Satra, nel cuore della centralissima via Mormino Penna: gli chef Rita Russotto ed Emanuele Di Stefano hanno costruito un ambiente metropolitano nord europeo all’interno di un vecchio magazzino siciliano con pietre a vista, ottenendo un risultato lineare e pulito. Il ristorante è aperto da tre anni appena. Il menu è davvero interessante, con accostamenti sempre in ottimo equilibrio tra tradizione e innovazione, sostenuto da una tecnica ferrea a tanta passione. A breve saranno a disposizione tre menù degustazione, ma anche ordinando a la carte è difficile sbagliare: buonissimo il macco di fave su crema di ricotta, con fritturina di calamaretti e finocchietto. Eccezionale il dolce, un gelato allo zafferano e un gelato al finocchietto, con miele di timo e cialde di mandorle. Trattamento da ristorante stellato, con benvenuto dello chef, pre dessert, offerta di distillati. Ampia carta dei vini, soprattutto regionali, ma con spazio anche all’Italia e all’internazionale. I prezzi sono ovviamente sopra la media locale, ma la qualità è indiscutibile e gli chef hanno fatto una chiara scelta quanto al posizionamento e dunque ai costi: io sono certa che questo ristorante arriverà lontano e in breve tempo.

Locanda del Colonnello, a Modica

Locanda del Colonnello, a Modica

A Modica c’è La locanda del Colonnello, di proprietà della famiglia Failla (che gestisce anche l’hotel quattro stelle omonimo) dove vi sembrerà di pranzare in una casa della Sicilia dei primi del novecento. Il menu si basa su materie prime, spesso considerate ‘povere’, di ottima scelta, poco lavorate e con un inconfondibile tocco siciliano, pur nell’alleggerimento generale dei condimenti. Sfiziosi gli antipasti, buoni i primi (da non perdere gli spaghettoni con alici, mandorle abbrustolite e maggiorana) ma devo confessare una predilezione per i secondi piatti, realizzati davvero bene, soprattutto l’ala lunga (cotta rosa al cuore) con crema di finocchi e verdure croccanti e il filetto di maiale con purea di patate e bieta scottata. Interessante il sigaro croccante con crema di mandorla al leggero sentore di mandarino e salsa al cioccolato fondente. Rapporto qualità-prezzo decisamente conveniente e ampia lista dei vini, non solo siciliani, con ricarichi però piuttosto elevati.

ANTICA DOLCERIA BONAJUTO e BIRRIFICIO TARI’ – Benvenuti nel tempio del cioccolato. Modica è una città che custodisce antichi segreti e le ricette del cioccolato così come veniva prodotto in Messico, dagli Aztechi. La ricetta è arrivata in Sicilia grazie agli Spagnoli e si basa su un principio molto semplice: il mix di cacao e zucchero semolato lavorati “a freddo” e a mano, senza l’aiuto di macchinari, che si lega alla tradizione messicana che utilizzava delle pietre (chiamate “metate”) per frantumare le fave di cacao. La granulosità e la grande friabilità differenziano nettamente il cioccolato modicano da tutti gli altri. Per molti il cioccolato di Modica è una goduria senza pari, altri non lo considerano neanche cioccolato perché non ha quella ‘scioglievolezza’ in bocca alla quale sono abituati. Di fatto, è un prodotto di nicchia per gourmet che sta sempre più conquistando gli italiani e non solo. Per conoscere l’arte dei maestri cioccolatai basta varcare la porta del laboratorio dell’Antica Dolceria Bonajuto, nel corso Umberto I, attiva dal 1880 e fondata da Francesco Bonajuto. Oggi la tradizione è portata avanti da Franco Ruta, discendente del ramo dei Bonajuto-Ruta. La Dolceria produce il suo cioccolato a partire dalla massa di cacao, ottenuta a sua volta dalle fave del cacao. La massa viene portata a una temperatura non superiore a 45 gradi (lavorazione “a freddo”), poi viene mescolata con lo zucchero semolato e mantenuta a temperatura costante, in modo che lo zucchero non si sciolga, da qui la caratteristica granulosità del cioccolato modicano. Segue la fase del raffreddamento e della formazione dei panetti, fatta rigorosamente a mano attraverso la battitura: il cioccolato è depositato in forme di metallo che vengono battute in modo da uniformare la superficie. Il composto ottenuto viene aromatizzato con spezie, frutta e fiori (oltre 30 le tipologie) e accanto ai classici  vaniglia, cannella e peperoncino, si possono trovare cioccolati al caffè, all’arancia, alla carruba, al sale marino etc. Il gusto finale è influenzato dalla percentuale della massa di cacao, che varia dal 45% nei gusti tradizionali e può arrivare fino al 90%. Il cioccolato modicano è naturalmente senza glutine, non ha aggiunte di burro di cacao e può anche essere gustato come bevanda, una volta sciolto in acqua. Può essere abbinato ai distillati e a una buona birra. E proprio un birrificio locale, il Birrificio Tarì guidato dai giovani Fabio e Luca (architetto e ingegnere modicani che hanno voluto seguire la loro passione), ha voluto interpretare la tradizione e la sua storia, proponendo una birra al cioccolato. L’hanno chiamata Bonajuto: fave di cacao, zucchero di canna e vaniglia entrano nella ricetta per creare una bevanda morbida, profonda dove le note del caffè date dai malti tostati si uniscono a quelle del cacao. Sono nove le etichette di questo birrificio che dal gennaio 2010 sta portando avanti uno stile fatto di creatività e di tradizione brassicola, che non dimentica il luogo in cui opera. Lo si nota dalla scelta degli ingredienti: agrumi, carruba, mosti d’uva. Insomma, la Sicilia nel bicchiere.

 

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