Itinerari: la bianca Puglia, passeggiata tra Valle d’Itria e Murgia dei Trulli

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E’ la luce la prima cosa che ti colpisce quando arrivi in Puglia. Una luce che, per intensità, mi ricorda quella della mia Sicilia. Qui è vibrante, amplificata dal bianco abbagliante dei borghi della Valle d’Itria e della Murgia dei Trulli e occhieggia tra i rami degli ulivi secolari. Da questi luoghi ho scelto di far partire il mio itinerario: un viaggio di 4 giorni, perfetto per un weekend lungo. Prima tappa Ostuni, per poi visitare Ceglie Messapica, Carovigno, Martina Franca, Locorotondo, Alberobello, Cisternino. Come sempre, non mi sono limitata a visitare i borghi e sono voluta entrare nel cuore produttivo del territorio visitando caseifici, biscottifici, salumifici, oleifici e, ovviamente, ristoranti e pizzerie gourmet. Per gli appassionati di buon cibo, la Puglia rappresenta oggi una meta obbligata. La sua cucina è a 360 gradi e propone grandi materie prime: dall’olio extravergine di oliva ai formaggi, dal pesce dell’Adriatico ai salumi, passando per una grande varietà di frutta e verdura. Sono molti, quindi, i souvenir enogastronomici che potrete portarvi a casa.

OSTUNI – Ostuni, la città bianca, va ammirata da lontano, rannicchiata sul suo piccolo colle e tesa verso il cielo: il centro storico è un dedalo di strette vie e scalinate che portano da piazza della Libertà, dominata dalla chiesa convento di San Francesco, fino alla concattedrale di Santa Maria Assunta. Lungo la salita di Via Cattedrale non fatevi attirare dai tanti negozi che offrono cibo e souvenir e concentratevi sui palazzi che costeggiano la strada con i loro portali, gli stemmi delle famiglie di antica nobiltà e i balconi decorati, per aprire infine lo sguardo davanti alla cattedrale in stile romanico gotico fiorito. Alle vostre spalle troverete il meraviglioso arco degli Incalzi, voluto da Federico II di Svevia e risalente al 1230.

Secondo me, la cosa più bella da fare a Ostuni è perdersi nelle viuzze che disegnano cerchi concentrici attorno alla cattedrale. In effetti, guardando Ostuni dall’alto si nota la pianta a spirale di questa cittadina di origine medioevale. Armatevi di scarpe comode, perché le strade sono implacabilmente in salita o in discesa e, ovviamente, ci sono molti gradini. Le case, tutte dipinte con calce bianca, sono in parte ristrutturate e decorate con estrema cura, utilizzando fiori dai colori vivaci che spiccano nel biancore e porte dai toni sgargianti. Non cercate però solo il bello, a Ostuni, perché anche i vicoli con case umili e fatiscenti hanno un fascino che non le abbandona.

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DOVE MANGIARE A OSTUNI – Il ristorante Caffè Cavour nasce nel 1999: nasce come caffetteria e, piano piano, si trasforma in ristorante. E’ situato nei pressi di Piazza Libertà e si cena all’interno di un frantoio ipogeo con volte in pietra, molto ben ristrutturato e recuperato, arredato con gusto e con magnifiche ceramiche locali (che invidia): in tavola le specialità locali, soprattutto di pesce, reinterpretate dallo chef Fabrizio Nacci. Appassionato da sempre di cucina e autodidatta, Nacci propone una cucina genuina che punta alla freschezza degli ingredienti che lo chef sceglie personalmente. Tra gli antipasti, i ricci di mare crudi, i carciofi a bassa temperatura con tartufo nero, e il polpo con crema di rape e ricotta salata. Tra i primi, da non perdere le orecchiette con colatura di alici e battuto di olive, capperi, pinoli e noci; gli spaghetti al sugo di polpo con cipolle cremose; le orecchiette con pomodoro datterino giallo, capocollo di Martina Franca e peperone crusco. Tra i secondi, tanto pesce fresco ma anche lo stinco di agnello con patate e carote e altre preparazioni tipiche pugliesi. In sala, c’è la simpaticissima moglie dello chef, cortese e attenta. Buona la scelta dei vini regionali. I prezzi vanno dagli 8 euro degli antipasti ai 20 euro dei secondi. Il pesce fresco in menu è a 60 euro al chilogrammo.

Mi raccomando, non guardate solo verso l’alto a Ostuni e state attenti a dove mettete i piedi, perché sotto le vostre scarpe ci sono le chianche, un antico lastricato caratteristico di molte città pugliesi, che veniva utilizzato spesso per le pavimentazioni delle case, dei trulli e delle masserie. Fermatevi ad ammirare i bei portali sparsi per il paese, che spesso identificano case nobiliari, come anche le tante chiede: quella di San Giacomo, di Santa Maria del Carmine, di San Pietro, dello Spirito Santo, per lo più in stile barocco. C’è qualcosa che dovete fare se siete a Ostuni: uscite dal centro storico, spostatevi in campagna e ammiratela di notte. L’impressione è quella di un presepe silenzioso, vegliato da una cortina di ulivi secolari.

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DOVE DORMIRE A OSTUNI – Accanto alla Chiesa dei Cappuccini, non distante da Piazza della Libertà, c’è Palazzo Rodio, un edificio ottocentesco restituito a nuova vita dai proprietari, Teresa e Paolo, che mi hanno ospitata con quella generosità e familiarità che è propria del sud Italia. L’edificio, costruito nel 1852, è uno dei più interessanti esempi di architettura ottocentesca di Ostuni e appartiene alla famiglia Rodio da generazioni. Rimasto chiuso per anni dopo la scomparsa della mamma, ora è stato ristrutturato con cura, senza stravolgerne le sembianze. Quattro le camere, molto spaziose, per 12 posti letto complessivi: pavimenti originali, eleganti affreschi alle pareti e sui soffitti, arredi originali (tappeti persiani, tende in pizzo, oggetti di famiglia), con luminosi affacci su terrazze assolate e su un giardino di limoni. Ogni camera ha anche una cucina di pertinenza e bagni totalmente nuovi. Teresa è molto affezionata ai luoghi dove è cresciuta e vissuta e ha profuso in questa ristrutturazione una attenzione ai minimi dettagli: dai taralli artigianali con cui accoglie gli ospiti, fino ai saponi naturali provenienti da una piccola erboristeria locale. Teresa e Paolo, che vivono a Verona, continuano a sfruttare ogni momento per tornare a Ostuni e rifinire la struttura con tanti piccoli dettagli sempre più curati. I prezzi (per camera) vanno da 80 euro in bassa stagione ai 180 euro in altissima stagione.


PAUSA GOURMET A OSTUNI – Se amate il caffè, a Ostuni potete fare una pausa gourmet sorseggiando qualche miscela speciale alla torrefazione Grano Nero, le cui origini sono collegate alla città di Lecce dal 1923 e in particolare alla famiglia Orlando, che nella torrefazione salentina tostava quotidianamente e con metodi artigianali il caffè importato. La gestione è familiare ed è giunta alla quarta generazione. Aperta a Ostuni nel 2012, offre caffè da tutto il mondo e anche alcuni introvabili presidi Slow food, tra cui l’Harenna e il Hue Tenango. Il proprietario è uno dei massimi esperti italiani di caffè e saprà consigliarvi la miscela più adatta a voi.


DOVE MANGIARE A OSTUNI – C’è un luogo che gli ostunesi conoscono molto bene, dove vanno quando vogliono festeggiare una ricorrenza importante oppure gustare una genuina cucina del territorio, fatta di una lunghissima sequenza di antipasti, di primi piatti sostanziosi e gustosi secondi di carne. Situato fuori dal paese, in Contrada La Chiusa, il Trullo dell’Angelo è un luogo verace, sincero, rustico. Ricavato all’interno di un piccolo trullo, poi negli anni ampliato, è a gestione familiare. Giovanni, che cura la sala, è un padrone di casa premuroso e generoso. Con circa 25 euro, in tavola arriva di tutto: mozzarelle, ricottine, zucchine in scapece, melanzane, focacce fatte in casa, involtini di braciole di cavallo, i mitici panzerotti fritti con pomodoro e mozzarella, risotti con gamberetti, orecchiette con i broccoli, coniglio in umido all’ostunese, carni arrosto, dolci fatti in casa, dalle crostate di confettura di frutta ai bignè alla crema.

CEGLIE MESSAPICA – Ceglie Messapica è un’altra delle perle della Valle d’Itria. Questo centro di circa 20 mila abitanti è conosciuto principalmente come culla della gastronomia pugliese, vista la presenza di numerosi prodotti tradizionali e rinomati ristoranti, anche stellati, che interpretano e portano avanti le grandi tradizioni messapiche. Ceglie, però, non è solo gastronomia. Il suo centro storico, fatto di vicoli e vie molto strette, merita una visita di qualche ora: dalla Chiesa di Santa Maria Assunta, con la sua collegiata, a quelle di San Demetrio e San Domenico, fino al Castello Ducale e alla Chiesa di San Rocco. Ceglie, sede dell’Accademia della cucina, accoglie il visitatore in modo discreto ma fiero, sapendo bene che prima o poi ci si dovrà sedere a tavola.

IL BISCOTTO DI CEGLIE – A Ceglie c’è uno dei prodotti dolciari più caratteristici del luogo: il biscotto di Ceglie, realizzato tradizionalmente in famiglia e in alcuni panifici. E’ un presidio slow food ed è realizzato ancora oggi con materie prime che appartengono tutte all’agro cegliese e quindi a km zero: le mandorle, le uova, il miele, il limone, il rosolio al limone e la confettura di ciliegie. E’ un biscotto senza glutine, molto semplice da preparare, ed è considerato tutt’oggi il dolce delle ricorrenze. Il suo disciplinare è custodito dal Consorzio del Biscotto cegliese, a cui aderiscono sette produttori. La Pasticceria Martinese è una delle pasticcerie aderenti al Consorzio. Nata nel 1979, è a conduzione familiare: il fondatore Alberto si trasferì a Ceglie dal vicino paese di Martina Franca. Ancora oggi Pietro, la moglie Rosita, la sorella Sonia, la mamma Lucia, i cognati Angelo e Giuseppe portano avanti la tradizione di questo biscotto tipico, ma non perdete la piccola pasticceria, i pasticciotti, i biscotti alla mandorle e, la sera, i panzerotti fritti da gustare bollenti. Le mandorle vengono tostate, mescolate con lo zucchero e miscelate con uova, miele, rosolio al limone. Si ottiene un impasto che viene poi lavorato a mano e farcito con la confettura di ciliegie. Viene tagliato in pezzi e cotto per dieci minuti a 180 gradi in forno. Si conserva a lungo e la tradizione vuole che talvolta sia ricoperto con una glassa al cioccolato, per aumentarne la conservabilità.

DOVE MANGIARE A CEGLIE – Dopo attente valutazioni, la mia scelta è caduta su Cibus, un ristorante ricavato nei locali di un antico convento del XV secolo, con belle volte in pietra: la sua peculiarità è la valorizzazione attenta i prodotti territoriali, come il tartufo della Bassa Murgia o il capocollo di Martina Franca. Lillino Silibello lo gestisce dal 1994, assieme alla sua famiglia. Cibus è, di fatto, un luogo dove fare un’esperienza gastronomica a 360 gradi dell’agroalimentare pugliese. Vi consiglio di provare i piccoli antipasti del territorio (8 euro): tortino di patate, frittatina di asparagi selvatici, stracciatella di podolica al tartufo, panzanella di verza e funghi cardoncelli; poi scegliete un primo tradizionale, come la purea di fave in terracotta con cicoria (12 euro), servita con una fresca dadolata di peperoni crudi oppure le fettucce alle olive mennelle su passatina di fave secche e pecorino stagionato (12 euro); tra i secondi, l’immancabile arrosto misto con capocollo e salsiccia, cotto nel fornello con carboni di bosco (12 euro) e il caratteristico involtino di cavallo al ragù con polpette di pane (8 euro). Il ristorante seleziona anche il proprio olio extravergine, a marchio “Cibus”, e lo offre in tavola insieme al pane fatto con lievito madre. Inoltre, ha una grande offerta di formaggi locali. Se scegliete Cibus, chiedete di visitare la sala di affinamento e di stagionatura dei caciocavalli: rimarrete affascinati, soprattutto dai profumi. I prezzi dei primi piatti sono compresi tra 8 e 13 euro, i secondi tra 10 e 18 euro e i dolci tutti a 4 euro. Per dovere di cronaca, a Ceglie c’è anche un ristorante stellato, Al Fornello-Da Ricci.

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ALBEROBELLO – Non ha bisogno di presentazioni Alberobello. Patrimonio dell’Umanità del 1996, con il suo borgo monumentale di oltre 1400 trulli è forse il più noto paese di tutta la Puglia, quando si parla di turismo. L’immensa distesa di trulli, capanne con base circolare e copertura in pietra, è qualcosa di spettacolare e unico al mondo. Le vie Montenero, Monte San Michele, Monte San Marco che collegano il Largo Martellotta con la zona alta sono sempre molto affollate e sono una sequela di negozi che purtroppo, salvo poche eccezioni, vendono calamite, souvenir e oggetti che di “made in Puglia” hanno davvero poco. Ciononostante il luogo ha ancora una magia fortissima, che riesce a fare dimenticare la sovraesposizione turistica. Mi è piaciuto particolarmente passeggiare nel rione “Aia Piccola”, quello meglio conservato, di fronte alla zona più turistica, dove i negozi non ci sono e dove i trulli non sono trasformati in ristoranti o negozi ma sono le case delle famiglie di Alberobello o alberghi diffusi per ospiti. Non dimenticate, però, che i trulli sono costruzioni che si trovano anche sparse in campagna in tutta la Valle d’Itria, e alcuni gruppi di trulli immersi tra oliveti e vigneti sono splendidamente conservati.

DOVE MANGIARE AD ALBEROBELLO – L’Aratro – Ad Alberobello, non esitate e sedetevi al ristorante L’Aratro, dove l’estroso Domenico Laera si aggira tra i tavoli per suggerire al cliente i piatti del giorno. La sua cucina è di stampo tradizionale con eccellenti materie prime pugliesi. In carta, un conveniente menu degustazione di quattro portate a 40 euro (antipastro dell’Aratro, due primi, secondo tipico e dolce). Ma io vi consiglio di provare gli antipasti misti (18 euro ma dopo non riuscirete a mangiare altro), per farvi una idea precisa della cucina del luogo. Io ho provato la ricotta ripassata in forno con fichi cotti e confettura di sponsale (cipolla fresca del luogo), la focaccia pugliese, i latticini forniti dal caseificio La Stalla di Alberobello. Tra i primi (tutti tra 10 e 12 euro) abbiamo provato dei saporiti fricelli (una pasta di semola) con cavolfiore di Polignano a Mare, pomodoro fiaschetto (presidio slow food) e caciocavallo podolico e pane soffritto. Tra i secondi (10-18 euro), non ci siamo fatti scappare l’introvabile tiella paesana: un abbondante stufato di agnello locale, servito con patate e lampascioni che cuoce in brodo per circa tre ore sulla brace all’interno di un coccio, quindi viene porzionato e fatto gratinare con caciocavallo, alloro ed erbe aromatiche. Tra i dolci, ho provato un gustoso semifreddo alle mandorle con latte di mandorle.

LA CAMPAGNA PUGLIESE – Per girare al meglio la Puglia occorre senza alcun dubbio un’automobile. Perché una delle cose più belle da fare è fermarsi lungo le strade provinciali e comunali per ammirare la bellezza della vegetazione, fatta di macchia mediterranea, erbe spontanee, alberi da frutto e soprattutto ulivi, che compongono il paesaggio. Ma la Puglia è anche terra di mare, quindi non perdete una passeggiata in spiaggia all’interno della Riserva naturale di Torre Guaceto, nell’area di Cala dei Ginepri o della Costa Merlata, chiamata così per le naturali formazioni a mezza luna delle sue calette.

LOCOROTONDO – Locorotondo é il paese che mi è piaciuto più di tutti. L’estremo biancore del borgo (chiamato così per la sua pianta circolare) la cura maniacale degli abitanti per abbellire e colorare le proprie case con piante, fiori, oggetti tradizionali come cestini, vasi, tende ricamate, tavoli e sedie colorate, ma anche la vocazione turistica non di massa. Le porte hanno colori vivaci che vanno dal verde al blu e piccoli negozi di oggetti d’arte e artigianato locale si affacciano sulle strade lastricate con le chianche.

Caratteristici anche i tetti a punta delle abitazioni e i piccoli mezzi archi che collegano le case, chiaro residuo dell’abitato medievale. Nel periodo pasquale, e io sono arrivata a Locorotondo proprio a ridosso della fine della Pasqua, gli abitanti hanno una curiosa abitudine: sono soliti appendere piccole bambole di pezza, che somigliano a delle befane, sui fili per stendere i panni. Si tratta della Quarantana, la moglie addolorata del Carnevale, simbolo dell’astinenza durante la Quaresima. Oltre a passeggiare per i vicoli, scoprendo i piccoli dettagli che rendono Locorotondo così bella, non dimenticate di visitare la Chiesa madre dedicata a San Giorgio, la porta Lecce e la porta Napoli, Palazzo Morelli e il vecchio palazzo comunale.

DOVE MANGIARE A LOCOROTONDO – Il ristorante che consiglio a Locorotondo è, senza esitazioni, U Curdunn: volte in pietra, tanta luce, ceramiche colorate alle pareti e grande cura nella mise en place. “U’ Curdunn” è un ristorante tradizionale nel quale non dovete rinunciare a provare gli antipasti, “Le Chicche di U Curdunn” (20 euro, ma un antipasto è più che sufficiente per due persone): ricotta fresca e capocollo di Martina Franca, carciofi in oliocottura, fiore di zucca in pastella, tortini di verdure, involtini di melanzane e pancetta, purea di fave con cicoria. Tra i primi piatti, vi consiglio le classiche orecchiette fresche al ragù di brasciola e polpette (12 euro): insieme al piatto di orecchiette al sugo, vi verrà portato a parte un coccio con all’interno i tradizionali involtini pugliesi (brasciole) e le polpette della nonna. Farete fatica a mangiare qualcos’altro. Ancora, le immancabili strascinate fresche con cime di rapa e cacio dei poveri, ovvero pane fritto (10 euro). Non sono riuscita a proseguire con i secondi, vista l’abbondanza delle porzioni ma in carta trovate piatti della Puglia contadina come gli “gnummariedd” (interiora di ovini avvolti nel budello, a 10 euro), stracotto d’asino (14 euro), coniglio di masseria ai profumi dell’orto (14 euro) e l’agnello (15 euro). Tra i dolci: imperdibile lo sporcamuso, con crema pasticcera (5 euro): uno strato di pasta sfoglia e crema e zucchero a velo. Mordendo il dolce è impossibile non sporcarsi.

MOZZARELLA, TRECCE, NODINI E BURRATA – In tema di formaggi, il nome Puglia è sinonimo di burrata, che trova il suo punto più alto in quella di Andria Igp. Al Caseificio Salatino di Locorotondo il latte arriva tutti i giorni dai conferitori sul territorio. L’azienda, gestita da Salvatore Salatino, lavora in media cinquecento litri di latte al giorno dai quali, con l’aggiunta di caglio, sale e fermenti, si ottengono fiordilatte, nodini di mozzarella, burrata, stracciata. Ovviamente, non ci si ferma alla pasta filata ma qui si producono anche caciocavallo e cacioricotta. Il processo produttivo è interamente artigianale e ovviamente è bandito l’uso di additivi o conservanti. Angelo, il mastro casaro, ha iniziato a fare questo lavoro il 5 agosto 1975, quando io avevo appena dieci giorni di vita. Le sue mani sono ormai abituate a toccare acqua a oltre 90 gradi di temperatura e sentire la giusta consistenza della pasta filata per capire quando è il momento per iniziare la lavorazione. L’unico aiuto tecnologico al Caseificio Salatino è una macchina formatrice che trasforma la pasta filata in un tubo da cui manualmente Domenico ricava piccolissimi nodini, trecce, mozzarelle di varie pezzature. Per le dimensioni più importanti, però, si deve fare tutto a mano e Angelo crea strepitose trecce di mozzarella di oltre un chilo di peso, facendo sembrare l’arte dell’incrocio della pasta filata una cosa semplice. Anche la burrata è tutta fatta a mano: i nodini di mozzarella vengono stracciati e immersi nella panna, quindi Angelo prepara una sfoglia di mozzarella nella quale viene racchiuso il prezioso contenuto di panna e stracciata. Il Caseificio Salatino apre volentieri le sue porte ai turisti e ai clienti. Vi suggerisco davvero di non perdere lo spettacolo della pasta filata, una delle tradizioni per cui l’Italia è famosa nel mondo.

CAROVIGNO – Altra tappa da non perdere è Carovigno e non solo perché è una delle città del gusto assieme a Ceglie Messapica. Carovigno è un paese dalla chiara impronta medioevale, dominato dal Castello Dentice di Frasso (XV secolo) e circondato dalle chiese di Santa Maria Assunta e di Sant’Anna. Il centro storico è molto piccolo ma contiene dei bellissimi portali dei palazzi nobiliari, color ocra, e degli scorci da non perdere, come la piazza Municipio lastricata di chianche, dove trovate anche la seicentesca Chiesa del Carmine.

DOVE MANGIARE a CAROVIGNO – Questo piccolo paese è una tappa obbligata perché, oltre a ospitare il ristorante stellato Già sotto l’arco, è anche la sede del ristorante “Creatività” dello chef Danilo Vita, vincitore del premio chef emergente per il sud nel 2013 e con esperienze in ristoranti italiani ed esteri. Danilo ha voluto ristrutturare la casa di sua nonna per portare a Carovigno una cucina che parla di territorio con intelligenza e una salda tecnica mai fine a se stessa. Vi racconto nel dettaglio tutti i piatti che vedete in queste foto e la filosofia di questo chef pugliese nella recensione che potete leggere cliccando qui.

CISTERNINO – Le origini di Cisternino risalgono al decimo secolo, quando attorno alla chiesa di San Nicola di Patara sorsero le prime case di agricoltori e pastori. Nel 1300 iniziò la costruzione del sistema di mura e torrioni che cingeva l’intero abitato. Di queste torri oggi se ne conservano solo quattro, ma l’antichità del centro storico (diviso in quartieri) emerge chiaramente mentre si cammina tra le case dai muri in pietra bianca, con stretti scalini, archi in pietra, vicoletti e mascheroni. Nel cuore medioevale di questo paese, da non perdere la chiesa del Purgatorio, l’attuale convento nell’antico palazzo Devitofranceschi, la zona di Bbere Vecchje (il borgo vecchio, tra le parti più antiche del paese) con contrafforti e ballatoi risalenti al quattordicesimo secolo. Divertitevi a scoprire in ogni angolo un piccolo dettaglio da fotografare.


DOVE MANGIARE A CISTERNINO – Patria dei caratteristici “Fornelli”, macellerie dove la carne viene cotta al momento e servite nelle preparazioni più caratteristiche come le brasciole, gli gnumariedd e le bombette (involtini di vitello farciti con caciocavallo e cotti alla griglia), Cisternino offre però una delle migliori pizze che ho mangiato ultimamente. Quella della pizzeria Doppio Zero: il pizzaiolo è napoletano e si chiama Manuel Stentardo. Negli antipasti sono inseriti prodotti che rappresentano il meglio dell’Italia, e non solo: dal prosciutto crudo di Parma Dop, alla mortadella Igp, dal Lardo di Colonnata Dop al prosciutto Serrano. Tutti i taglieri con i salumi e i formaggi vanno dai 12 ai 14 euro: lardo e formaggi non vengono serviti nel periodo estivo e, si precisa nel menu, non si accettano variazioni nelle pizze. L’impasto (pochissimo lievito di birra e farine del Molino Caputo) è tradizionale oppure integrale. Tra gli ingredienti si privilegiano quelli di stagione. Nell’attesa del nostro tagliere di salumi abbiamo gustato le olive in salamoia offerte dalla casa e una birra pugliese prodotta a Trinitapoli dal Birrificio Decimoprimo (la Jouissance spiced belgian ale). Le pizze vanno dai 6 euro della margherita fino ai 10 euro della pizza integrale. Abbiamo provato due pizze: la “Sicula” (7 euro), con base margherita, sarde rosse di Sicilia, olive della varietà leccino e origano di bosco; e la pizza “doppio zero” (9 euro), con base margherita, bordo farcito di ricotta e mix di erbe aromatiche. Contrariamente a quanto ho letto in alcuni commenti sui social, ho trovato il personale cordiale e socievole, ben preparato e pronto a offrire spiegazioni e ad andare incontro alle esigenze del cliente.

PASTICCERIA SAINT MARTIN – Passeggiando per le vie della barocca Martina Franca, sosta obbligata per comprare il capocollo di Martina Franca che ha qui il centro principale di produzione, dovete fermarvi per una pausa caffè alla >Pasticceria Saint Martin. Qui trovate pasticciotti con ogni tipo di ripieno, pasticceria mignon tradizionale e moderna, gelati artigianali, un caffè di ottima qualità. Se avete la fortuna di trovare i panzerotti mignon appena fritti non lasciateveli scappare.

IL CAPOCOLLO DI MARTINA FRANCA – La Macelleria Romanelli custodisce da generazioni l’arte della realizzazione del Capocollo di Martina Franca. Questo salume è presidio slow food e viene prodotto seguendo un attento disciplinare, che via via sta diventando sempre più restrittivo in vista dell’ottenimento della Denominazione d’origine protetta. Nino Romanelli saprà spiegarvi le tecniche di realizzazione di questa eccellenza della Valle d’Itria. Qui vedete il video della produzione, ma vi invito a cliccare qui per scoprire tutti i segreti di questo straordinario salume, dove tutto parla di territorio e di artigianalità

MASSERIA BRANCATI – La Puglia è un’antica terra di produzione di olio d’oliva. A Ostuni, la Masseria Brancati, che è anche agriturismo, custodisce al suo interno uno dei frantoi ipogei più antichi del Mediterraneo e un parco di olivi millenari. Corrado Rodio, ostunese profondamente legato alla propria terra, produttore d’olio, è la guida ideale per una visita alla masseria e alle sue storie che partono dall’epoca romana, visto che alcuni degli ulivi presenti potrebbero essere quelli citati dall’agronomo Columella, passano per le invasioni saracene di Medioevo e Rinascimento, fino all’età contemporanea. Il frantoio, in particolare è una stratificazione di varie epoche. Lasciatevi quindi condurre da Corrado in un’appassionata spiegazione della sua storia, ricca di dettagli e di colpi di scena.

Alla Masseria Brancati ci sono 800 ulivi millenari, sono tutti censiti dalla Regione e considerati monumento nazionale. In un raggio di 40 km, tra i Comuni di Carovigno, Ostuni, Fasano e Monopoli si trova la più alta densità di ulivi millenari di tutto il Mediterraneo. Nel 2015, sono iniziati i lavori per presentare il dossier di candidatura all’Unesco di questo grande areale, e nel 2017 è stata presentata l’istanza per l’iscrizione nel Registro dei paesaggi storici del ministero delle Politiche agricole. Passeggiando tra gli ulivi, ci si può divertire a trovare le più svariate forme, ma il momento più bello è quando il tramonto incendia le sagome ritorte degli ulivi che si avvinghiano su se stessi creando strani percorsi. L’ulivo che vedete in questa foto ha rappresentato la Puglia a Expo e, secondo Corrado, potrebbe avere dai 3 ai 4 mila anni: sorge su un banco di roccia al di fuori delle file ordinate di piante probabilmente sistemate dai romani. Si dice che l’ulivo sia una pianta eterna, perché quando quella principale sta per morire si può farla rinascere da uno dei germogli laterali. Questo ulivo potrebbe avere molto da raccontare, anche se non conosciamo la sua lingua.

CANTINA ALBEA – Risale al 1905 la Cantina-Museo Albea di Alberobello, una delle più antiche del territorio pugliese. Produttrice di vini rossi con i classici uvaggi Primitivo, Negroamaro e Uva di Troia, ma anche bianchi come il Fiano di Puglia, il Bianco d’Alessano e il Fiano Minutolo. “Lui” un Igp Puglia rosso, a base Uva di Troia, è il vino che ho preferito. Cantina Albea produce circa 250 mila bottiglie ma al suo interno vanta uno dei musei del vino più interessanti del territorio: dagli antichi attrezzi di lavorazione in vigna e in cantina, a una rara collezionen di etichette e bottiglie storiche provenienti dalla Puglia ma anche da tutta Italia.

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COSA COMPRARE – Questo angolo di Puglia è ricco di curiosità che potete portarvi a casa o farvi spedire. Cominciamo con le belle ceramiche artigianali in vendita a Ostuni da Suma: dalle tipiche pigne pugliesi fino a eleganti lampade traforate e interi servizi di piatti e bicchieri. Sempre a Ostuni, per chi è attento alla propria pelle, ci sono i cosmetici naturali a base di olio extravergine di oliva biologico elaborati da Labo naturae: Maria Antonietta Trinchera sceglie e crea personalmente il mix di oli e essenze per ottenere saponi, creme corpo e creme viso completamente naturali. Poi, ad Alberobello, le stoffe tessute a mano in vendita nei piccoli negozi che costellano le piccole vie tra i trulli. Parlando di cibo, è obbligatorio citare l’olio extravergine di oliva pugliese, il pomodoro di Torre Guaceto, il carciofo nero di Ostuni, i fiordilatte, le burrate e il caciocavallo. E ancora: il capocollo di Martina Franca, i pasticciotti ripieni di crema e amarena (a Ostuni i migliori si mangiano da Pasquale Ladogana in via Tanzarella Vitale). Assaggiate e comprate i taralli artigianali nei panifici, il biscotto di Ceglie, le tette delle monache (un dolce a base di pan di Spagna e crema pasticcera) e la focaccia pugliese con i pomodorini. Ovviamente, da gustare sul posto, i tipici panzerotti fritti ripieni di mozzarella e pomodoro, ma anche “gnumariedd” e “bombette”.

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